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13/04/2012

Anche le scimmie saprebbero "leggere": sanno riconoscere parole!

ricerca, progressi della scienza, curiositàAnche i babbuini sanno 'leggere' riconoscendo parole di senso compiuto. A 40 anni dai primi esperimenti sulla capacità delle scimmie di riconoscere i segni del linguaggio umano, un nuovo studio pubblicato su Science conferma che alcune abilità alla base della lettura sono comuni a tutti i primati. Nell'arco di un mese e mezzo i babbuini hanno imparato a 'leggere' decine di parole umane, distinguendole da segni privi di significato.
Lo studio realizzato dai ricercatori francesi del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (Cnrs) in collaborazione con l'Università di Marsiglia dimostra che i babbuini (Papio papio) sono in grado di padroneggiare uno degli elementi fondamentali della lettura, anche se non si tratta di vere e proprie competenze linguistiche.
A differenza degli studi realizzati in questi anni che hanno verificato le competenze logiche e l'uso consapevole del linguaggio - celebre il caso dello scimpanzè Sarah - il presente lavoro ha dimostrato che i primati hanno una capacità 'ortografica'. Le scimmie hanno infatti imparato a segnalare la differenza tra le sequenze di lettere stampate che componevano parole inglesi corrette, da altre sequenze senza senso. Poste davanti a uno schermo dove comparivano due diverse combinazioni di lettere erano chiamate a riconoscere la presenza di parole sensate. Il riconoscimento delle lettere e la loro posizione relativa viene generalmente considerato come il primo passo nel processo di lettura e necessita di alcune peculiari capacità di controllo nel movimento degli occhi e nell'elaborazione visiva. Si tratta quindi di un'abilità che non necessita di conoscenze linguistiche a priori.
Negli anni '70 fu celebre il caso dello scimpanzè Sarah che riuscì a organizzare una serie di simboli secondo un ordine grammaticale preciso e a comunicare correttamente 'scrivendo' utilizzando simboli. Numerosi studi hanno evidenziato le capacità di apprendimento e di comunicazione linguistica delle scimmie mediante simboli o gesti, come quelli usati nella lingua dei segni. In questo ambito, lo studio dei ricercatori francesi ha identificato nell'area sinistra della corteccia occipito-temporale del cervello dei primati la sede dei meccanismi 'ortografici', una regione già identificata nelle scimmie per l'elaborazione visiva.

Fonte: Leggo.it

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22/03/2012

Scoperta la cura contro la calvizie. La causa di tutto dovrebbe essere ...

progressi della scienza, ricerca, cura alla calvizieC'è chi ha provato di tutto, rimedi a volte improbabili, spesso inutili e ovviamente costosi, ma non ha visto ritornare le folte chiome della gioventù. La calvizie, problema che affligge 8 uomini su 10 e fino a una donna su due, potrebbe essere tuttavia affrontata con più ottimismo, dopo che ricercatori statunitensi hanno individuato una proteina che 'colpevolè della perdita di capelli.

La proteina, chiamata 'Prostaglandina D2 - PGD2', dovrebbe essere essere messa KO, anche con lozioni per uso locale. Di qui l'auspicio di poter curare facilmente l'alopecia androgenetica (la calvizie comune). Lo studio è del gruppo di George Cotsarelis, della Università della Pennsylvania a Philadelphia, che un anno fa ha trovato le staminali per rigenerare i capelli. Il nuovo lavoro, illustrato sulla rivista Science Translational Medicine, potrebbe chiudere il cerchio, portando a un rimedio per riattivare la crescita dei capelli nelle aree calve della testa.

Gli scienziati hanno scoperto che quantità abnormi di questa proteina sono presenti in particolare nelle zone calve delle teste di uomini con alopecia ed hanno dimostrato in laboratorio che PGD2 blocca la crescita dei capelli. La calvizie colpisce colpisce l'80% dei maschi, il 35% delle donne in età fertile e il 50% di quelle in menopausa. Il gruppo di Cotsarelis è un veterano di ricerche nel settore.

Tra le sue scoperte, è recente quella delle cellule staminali dei follicoli piliferi dei topi, cellule capaci di rigenerare un folto manto. Queste staminali potrebbero essere inattivate in caso di calvizie. Adesso Cotsarelis è andato oltre, trovando una molecola colpevole del blocco della crescita dei capelli. Disattivandola con farmaci ad hoc, spiega, la ricrescita potrebbe ripartire 'spontaneamente'. I ricercatori hanno studiato la testa di 22 uomini colpiti da calvizie e hanno confrontato le aree prive di capelli con quelle ancora 'coperte' mettendo in evidenza l'eccesso della proteina. Si stanno ora testando farmaci già in uso per altre indicazioni (un anti-asmatico) che potrebbero essere sperimentati anche contro la calvizie.

Fonte: Leggo.it

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27/10/2011

Facebook impazzisce per la notizia dell'uomo che partorisce, ma è una bufala!

nascita, notizie buffe, curiosità dal mondo, facebook, uomo che partorisceL'immagine inquietante è di quelle che ti lasciano con il fiato sospeso. Un'uomo che partorisce! La prima sensazione è di incredulità mista a disgusto, a cui seguirebbe una lunga riflessione sui limiti della procreazione artificiale, implicazioni etiche nonchè questioni decisamente più pratiche.. ma è a questo punto che la notizia si svela per la sua natura: una bufala, ringraziando Iddio! Nonostante ciò il web impazzisce, e attraverso una spirale incontrollata di "condividi" e "mi piace", seguiti da improponibili commenti, la notizia fa il giro del Paese suscitando sconcerto.

Innegabile che si tratti di una trovata, disgustosa peraltro, ma in grado di richiamare la curiosità di migliaia di utenti. E in molti, purtroppo, non lo capiscono. Leggere i commenti degli utenti è un ottimo strumento per valutare il livello dei lettori, la loro capacità di comprendere e discernere il vero rispetto al falso, il giusto dall'eccesso, la bufala clamorosa dalla notizia!

Purtroppo non si può dire che il popolo di Facebook sia dotato di un buon sistema immunitario. Le notizie girano, le cazzate anche, ed in molti "abboccano". Questo è il lato negativo dell'inflazione dei canali di informazione, tutti sono consumatori e produttori di notizie, non ci sono i filtri che spesso, come lenti colorate, distorcono la realtà o ne danno una visione faziosa. In una situazione in cui il sistema informativo non gode di ottima salute questo è un bene, ma il rovescio della medaglie porta in dote un regalo poco apprezzato: siamo passati da un eccesso all'altro, dal bavaglio ad un sistema in cui ognuno ha la sua informazione, e poco importa se la notizia è vera o no, basta che venga condivisa..

Fonte: Corriere d'Abruzzo

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09/08/2011

Ricerca, Google e Internet rendono pigra la nostra mente

ricerca, curiosità, indagineGoogle ci rende «stupidi» o quanto meno smemorati, attutendo le nostre naturali capacità di memorizzare informazioni: infatti, la possibilità di fare ricerche online, di trovare su Google o altri motori di ricerca risposte istantanee a tutte le nostre domande ci ha «impigrito».

Insomma, Internet e il pc sono divenute le nostre «memorie esterne» che ricordano per noi quel che abbiamo smesso di memorizzare. È emerso da una ricerca pubblicata sulla rivista Science da Betsy Sparrow della Columbia University di New York: memoria e capacità di apprendimento, rivela una serie di test effettuati su un gruppo di giovani, sono cambiate adattandosi all'uso di internet, Google e siti che tappano i nostri buchi di conoscenza. Internet, spiega la Sparrow, è divenuta la nostra «memoria transattiva», una «banca» che memorizza per noi informazioni che noi potremo ritrovare quando vogliamo senza prenderci la briga di memorizzarle nel nostro cervello. 

Ormai da alcuni anni Google, il motore di ricerca per antonomasia, è «sotto accusa», e con lui internet, perchè ci distrae, cambia il nostro modo di prestare attenzione alle cose, riduce la nostra concentrazione e la capacità di stare fissi su un lavoro o su una lettura per un tempo ragionevole. Nicholas Carr nel suo libro 'The Shallows: How the Internet is Changing the Way We Think, Read and Remember' dice che internet ci rende superficiali, iperattivi, deconcentrati, smemorati. Una parziale riabilitazione dei motori di ricerca si ritrova solo in un lavoro di Gary Small dell'Università di Los Angeles secondo cui navigare su internet migliora le performance cognitive di adulti e anziani e il cervello viene positivamente stimolato dalle ricerche online e acquisisce migliori funzionalità. La Sparrow, però, ha dimostrato che internet, se non fa male alla nostra memoria, quantomeno la impigrisce: il punto è che facciamo molto, forse troppo, affidamento sulla rete e sul pc, tanto da averli trasformati nelle nostre memorie transattive. Una memoria transattiva non è altro che un 'magazzino di informazionì esterno al nostro cervello. 

Per esempio il nostro partner può essere la nostra memoria transattiva se è sempre e solo lui a ricordare per noi le bollette di casa in scadenza. La Sparrow ha posto una serie di test di memoria a un gruppo di studenti. I giovani erano sottoposti a vari quiz e in seguito li si 'interrogavà per vedere cosa ricordavano delle informazioni apprese durante i quiz. Mentre eseguivano i quiz i giovani potevano prendere nota su un pc temporaneamente offline delle informazioni di loro interesse. In primis è emerso che i giovani tendono a prendere nota di fatti da approfondire non appena avranno accesso al web. Ma non è tutto: a metà dei volontari la Sparrow diceva che le loro note sarebbero state salvate nel pc e quindi accessibili in seguito, agli altri che sarebbero state cancellate. 

Ebbene, interrogato successivamente, il primo gruppo non ricordava molto di quanto appreso durante i quiz, chiaramente perchè si affidava al fatto che le note erano state salvate sul pc; l'altro invece aveva memorizzato le informazioni apprese durante i quiz. In un altro test, al primo gruppo veniva anche detto in quale cartella del pc sarebbero state salvate le proprie note: interrogati di seguito l'unica informazione saliente che ricordavano era proprio la cartella in cui andare a ripescare le note, ma sul contenuto delle note stesse tabula rasa. Insomma il nostro cervello non si affatica più a ricordare informazioni che sa che potrà trovare quando vuole nella sua 'memoria esternà, cercando su un motore di ricerca o su Wikipedia. Ci affidiamo a internet come fosse la nostra memoria esterna, correndo un rischio "amnesia" qualora essa subisse un danno.

Fonte: Leggo.it

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06/06/2011

Trovata firma di Giotto sulla Sindone, ma...

sindone, giotto, studio scientificoTORINO - Non sarebbe né un ritratto di Leonardo né l'autentico sudario di Gesù. Celata nel volto di Cristo, nella Sacra Sindone, ci sarebbe addirittura la firma di Giotto. Con tanto di data, 1315, perfettamente in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta.

A sostenerlo è uno studioso di Valdobbiadene (Treviso), Luciano Buso, pittore e restauratore, che da tempo rivendica la scoperta di una tecnica di scrittura nascosta usata dai pittori dell'antichità e tramandata di bottega in bottega fino quasi ai giorni nostri come sorta di incancellabile autentica delle opere. Usata da Raffaello, Leonardo, Giorgione, sostiene Buso, quella tecnica antifalsari, nata per criptare firme e date nelle pieghe della pittura era conosciuta anche molto tempo prima dal grande Giotto. Che anzi, a dire del restauratore trevigiano, si sarebbe divertito a nascondere miriadi di scritte in tutte le sue opere, dal "Dono del mantello" della Basilica di Assisi alla Strage degli innocenti della cappella degli Scrovegni di Padova.

L'analisi della Sacra Sindone - che Buso precisa di aver fatto studiando foto ufficiali, nitidissime, avute dall'Arcidiocesi di Torino - avrebbe portato alla scoperta, nel telo, di quella stessa firma tante volte identificata negli affreschi del pittore. «La stessa grafia, lo stesso modo di apposizione delle scritte celate, lo stesso modo grafico di esecuzione del numero 15 che tempo addietro evidenziai nei dipinti di Giotto», scrive Buso nel piccolo volume che illustra e documenta la sua tesi (Acelum Editore). Anzi. Nel sacro lenzuolo, fa notare Buso, la scritta "Giotto 15", che starebbe per Giotto 1315, sarebbe ripetuta tantissime volte, nel volto e prima delle mani incrociate del Cristo, in un caso anche a formare una lunga croce. Quindi Giotto avrebbe dipinto la tela e senza nessuna intenzione di dolo, tanto da firmarla in un cartiglio a forma ottagonale, schiacciato, appena sotto il mento del Cristo. 

Probabilmente, azzarda Buso, si trattò di un rifacimento della Sindone «eseguito su commissione perché il vecchio lenzuolo doveva essere in pessime condizioni». Nessun falso, quindi, «solo il rifacimento fisico del telo, chiesto ad uno dei più noti e bravi pittori dell'epoca medievale», scrive lo studioso, sottolineando che a riprova della paternità dl pittore toscano c'è anche la grande affinità iconografica di particolari delle braccia, delle mani e delle gambe del Cristo con i vari personaggi raffigurati da Giotto nei suoi affreschi. La Sindone, conclude, «è stata e sarà sempre uno tra i più significativi simboli religiosi della cristianità, al di là del suo rifacimento da parte del grande Giotto».

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01/06/2011

Uso eccessivo del cellulare potrebbe causare il cancro

tumori, cellulari, notizie, ricercaL'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), dell'Organizzazione mondiale della Sanità, ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza come "possibile rischio cancerogeno per l'uomo". Per livello di pericolosità, sono stati inseriti nel Gruppo 2B, sulla base di un aumentato rischio di glioma, un tipo maligno di tumore al cervello, associato all'uso del telefono senza fili. 

In altre parole, l'uso dei telefoni cellulari e di altri apparati di comunicazioni wireless "potrebbero causare il cancro negli essere umani", secondo l'agenzia per la ricerca contro i tumori dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Nelle conclusioni del rapporto diffuso iggi a Lione, il Dr Jonathan Samet (dell'università of Southern California, USA), presidente generale del gruppo di lavoro, ha indicato che "le prove, ancora in fase di raccolta, sono forti abbastanza per sostenere la conclusione e la classificazione 2B. La conclusione significa che ci potrebbe essere qualche rischio, e quindi abbiamo bisogno di tenere sotto osservazione il legame tra cellulari e rischio di cancro".

"Date le potenziali conseguenze per la salute pubblica di questa classificazione e le conclusioni", ha detto il direttore dello IARC, Christopher Wild, "è importante che si facciano ulteriori ricerche per verificare nel lungo termine gli effetti dell'uso massiccio dei telefoni cellulari. In attesa della disponibilità di tali informazioni, si è importante adottare misure pragmatiche per ridurre l'esposizione, come i dispositivi viva voce o sms. "

Fonte: RaiNews24

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26/05/2011

Smettere di fumare, al via uno studio per dimostrare gli effetti benefici della sigaretta elettronica

fumo, ricerca, novitàSarà uno studio dello IEO di Milano (Istituto Europeo di Oncologia, diretto da Veronesi) a decretare se, e in che misura, le sigarette elettroniche siano in grado di aiutare le persone a smettere di fumare. Lo studio coinvolgerà 126 pazienti per un periodo di 2 mesi con follow-up a 6 mesi. Le prime informazioni fatte pervenire dal istituto IEO sono sicuramente positive. A quanto pare le sigarette elettroniche sono uno strumento straordinariamente efficace per innescare il processo iniziale atto a contrastare l’assuefazione dal fumo legata a quell’aspetto, psicologico gestuale, secondo il quale alcune persone fumano per tenere le mani impegnate.

Ora sarà un protocollo scientifico effettuato in collaborazione tra l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Istituto San Raffaele e il Centro Cardiologico Monzino a testare il funzionamento e l’efficacia delle sigarette elettroniche sui pazienti affetti da tumore o da infarto miocardico recente, fumatori di almeno 10 sigarette al giorno da almeno 10 anni.

“Oggi – dice il dottor Carlo Cipolla, Direttore dell’Unità di Cardiologia e Centro Antifumo dello IEO – annunciamo l’avvio di un protocollo scientifico che testerà la sigaretta elettronica nel contesto più difficile: quello di malati importanti che si trovano nella necessità ‘immediata’ di dover smettere di fumare, senza avere il tempo di poter accedere e seguire un protocollo completo che richiede mesi di terapie combinate”.

Dopo le tante polemiche sollevate da scienziati e dagli organismi internazionali su questa nuova frontiera della lotta al tabagismo, ora, si avranno delle risposte sulla reale efficacia delle sigarette elettroniche. La stessa OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) aveva sollevato forti dubbi sui benefici di questo metodo e sugli aromi utilizzati dalle sigarette elettroniche in quanto, le promesse fatte dai produttori non furono corroborate da sufficienti prove a supporto dei tanti messaggi accattivanti che promettevano di aiutare chi era dipendente dalle sigarette. Anche alcuni scienziati americani sin dalla comparsa delle prime “bionde” elettroniche rilevarono forti dubbi sulle reali potenzialità. Uno studio effettuato presso l’Università di Boston rilevò i primi punti a favore delle stesse attraverso un sondaggio effettuato su alcune persone che avevano usato questo innovativo strumento che rilasciava piccole quantità di nicotina. Il riscontro fu positivo ben il 31% dei partecipanti al sondaggio aveva dichiarato di aver smesso di fumare, senza avere avuto ricadute, dichiarando che questo metodo fosse più efficace delle gomme o dei cerotti alla nicotina. La lotta al tabagismo e all’assuefazione continua e si spera che presto si possa sapere se e in che misura le sigarette elettroniche siano effettivamente in grado di aiutare le persone a smettere di fumare.

Fonte: MedicinaLive

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21/05/2011

Gli opposti si attraggono? La scienza risponde no. Ecco perché...

curiosità dal mondo, ricerca, amore''La scelta del partner e successo della relazione'', questo è il tema del seminario avvenuto nel dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e di socializzazione dell'università La Sapienza di Roma.
''Gli opposti non si attraggono'', secondo lo psicologo Glenn Wilson, che spiega perché essere simili fa bene alla coppia. Nel seminario organizzato da Antonio Chirumbolo, docente di  Psicometria e Teoria e tecniche dei test, si è giunti alla conclusione che, in barba al vecchio adagio secondo il quale gli opposti si attraggono, sono invece le somiglianze a garantire la longevità di una coppia.

Wilson ha standardizzato il suo strumento attraverso un’indagine su un campione di oltre 2.000 individui, validandolo successivamente su campioni composti da coppie. Il questionario considera un’ampia gamma di caratteristiche fisiche e psicologiche, come aspetto fisico, percezione della propria bellezza e intelligenza, preferenze musicali, opinioni politiche, personalità, atteggiamenti e stili di vita, arrivando a isolare 25 elementi che effettivamente sono discriminanti della soddisfazione e della felicità di una relazione. Coppie stabili e consolidate risultano avere livelli più elevati di QC, che si rivela anche predittivo di maggiore attrazione fisica reciproca tra persone che non si conoscono e devono decidere un appuntamento al buio.

In che modo scegliamo il nostro partner e possiamo essere aiutati nel fare la scelta migliore? Uomini e donne hanno sviluppato evolutivamente diverse strategie indirette allo scopo di selezionare, attrarre, cacciare, mantenere i propri compagni/e. Tutte orientate nel massimizzare le probabilità di perpetuare i propri geni nelle generazioni successive. Sono stati ideati molti sistemi per indagare le affinità tra partner ma l’unico che ha ottenuto il supporto dell’evidenza scientifica è basato sul principio della similarità: l’appaiamento di partner che si somigliano in aspetti chiave che riguardano tratti di personalità, atteggiamenti e preferenze. Il Quoziente di Compatibilità (Compatibility Quotient) è stato per l’appunto sviluppato come predittore del successo della relazione fra partner, con applicazioni che vanno dagli incontri e frequentazioni scaturite da Internet (Internet Dating) alla consulenza prematrimoniale.

Fonte: GoodNews.ws

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19/01/2011

Clonare i mammut? Potrebbe essere possibile, altro che Jurassic Park...

mammut.jpgQuesta notizia potrebbe essere degna del film di ‘Jurassic Park’ o meglio quello che nel film è solo finzione, tra poco tempo, potrebbe diventare una realtà: infatti secondo quanto pubblicato da Tendencias 21,  i mammut estinti  circa  10.000 anni fa, potrebbero tornare di nuovo a vivere grazie al lavoro di una squadra di ricercatori statunitensi, giapponesi e russi, che  stanno cercando di “risuscitare”, portare a nuova vita questa specie, attraverso l’utilizzo di tecnologie di clonazione.

Solo l’estate scorsa, gli scienziati  hanno ottenuto e sono riusciti a ricreare, in laboratorio, del tessuto  di mammut a partire dagli scheletri di questi  mastodontici pachidermi primitivi preservati in  un laboratorio, con sede in Russia, per la ricerca su questa specie. E come possono arrivare a ricrearne uno? Lo potrebbero realizzare mediante una tecnica particolare di estrazione del DNA, a partire da cellule congelate.

Ma quale sarà il procedimento? Il piano che seguiranno dovrebbe essere il seguente: i nuclei  delle cellule di  mammut saranno inseriti negli ovuli di elefante. La combinazione di questa risultante si estrarrà per creare un embrione che contenga i  geni del mammut e che sarà inserito in una elefantessa. Come risultato, gli scienziati si augurano che l’elefantessa, dia alla luce una cucciolata di  mammut.  Questa teoria, che solo qualche anno fa, sembrava pura fantascienza, oggi è una realtà talmente tangibile che  questo risultato si potrebbe essere raggiungibile già nei prossimi cinque  anni.

Secondo quello che sottolineano i ricercatori: “se si raggiungerà, come risultato, l’embrione  clonato, avremo bisogno di studiare come inserirlo attraverso un trapianto nell’elefantessa, così da far crescere il futuro  mammut. Se tutto questo dovesse avvenire, come ci si augura, si dovrebbero studiare i suoi geni e i molteplici  altri fattori,  onde  capire perché questa razza si è istinta milioni di anno fa.

Maria Luisa L. Fortuna

Fonte: Newnotizie

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26/12/2010

Entro il 2010 sarà possibile riciclare il 100% dei rifiuti

10 i passi per raggiungere l’obiettivo “Zero Waste”, strategia di smaltimento alternativa agli inceneritori fondata su 3 livelli di reponsabilità (politica, industriale, civica). Scelta con successo da Australia, Canada, Stati Uniti e Nuova Zelanda. In Italia dal Comune di Capannori, per vincere la sfida del secolo: quella della sostenibilità.

rifiuti.jpg

“Riciclare il 100% dei rifiuti? Con ‘Rifiuti zero’ è possibile”: a sostenerlo è il biochimico americano Paul Connet, teorico della strategia di smaltimento “Zero  Waste”, da 15 anni concreta alternativa al sistema degli inceneritori che, fra i suoi obiettivi, propone il ritiro dal mercato dei prodotti non riutilizzabili, il risparmio di materia, risorse, energia, costi, limitando l’impatto ambientale e creando occupazione. La prima a crederci, nel 1995, è stata, Canberra, capitale dell’Australia, seguita da tante altre amminstrazioni locali, soprattutto di Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti, Argentina, Giappone.

A San Francisco, si è arrivati  alla differenziazione del 75% del totale dei rifiuti, con l’intento di raggiungere, insieme a città come Los Angeles, San Diego, Seattle, Buenos Aires, il traguardo “Zero Rifiuti” entro il 2020. Una vera e propria onda verde scaturita dal basso, grazie alla determinazione di movimenti cittadini e associazioni ambientaliste  che, sinergicamente, si sono battuti per la chiusura o per impedire la costruzione di termovalorizzatori sul territorio. Per raggiungere tale obiettivo, 10 i passi verso “Rifiuti Zero” individuati al V Incontro Mondiale della Zero Waste Alliance (ZWIA),  svoltosi a Napoli nel 2009 e presentati da Connet, il 5 maggio scorso, presso la “Commissione per la sostenibilità ambientale”  delle Nazioni Unite.

Paul Connet, teorico del movimento "Rifiuti Zero"

Fondato su 3 livelli di responsabilità (industriale, politica e civica), tale approccio parte dal presupposto che  l’esistenza dei rifiuti è sintomo dell’inefficienza del sistema economico e trae ispirazione dalla celebre considerazione di uno dei  fondatori del movimento ecologista moderno, Barry Commoner: “Se un prodotto non può essere ridotto, riusato, riparato,  ricostruito, riadattato, rivenduto, riciclato o biodegradato, dovrà essere riprogettato o rimosso dalla produzione” (n.d.r. “The  Closing Circle: Nature, Man, and Technology” -1971).Premessa fondamentale per risolvere il problema è quindi il monitoraggio e lo studio del rifiuto residuo, per arrivare a modalità concrete di riprogettazione industriale di prodotti ed imballaggi non smaltibili, attraverso la realizzazione di componenti recuperabili, privi di sostanze tossiche e contaminanti: quella che in gergo viene chiamata Responsabilità della Catena di Produzione (E.P.R.).

Costrette a conformarsi alle direttive sullo smaltimento adottate in diversi paesi, tante multinazionali hanno conosciuto i vantaggi della gestione verde della filiera. Fra queste la Xerox Corp. Europe che, raccogliendo in giganteschi depositi in Olanda, vecchie macchine fotocopiatrici provenienti da oltre 16 paesi, dove vengono smontate e oltre il 95% dei materiali viene riutilizzato o riciclato, è arrivata a risparmiare circa 76 milioni di dollari nel 2000. “In Ontario (Canada), la Beer Industry – spiega Connet – usa da anni bottiglie di vetro da riempire e riutilizzare, recuperando il 98% dei contenitori, riusati in media 18 volte ciascuno, creando 2.000 posti di lavoro, senza costi a carico dell’ente locale”.

La progettazione e la produzione industriale eco-compatibile non sarebbero possibili, però, senza politiche ambientali forti, praticate da leadership capaci di scommettere su quella che l’esperto americano ha definito la sfida del XXI secolo, quella della sostenibilità e senza una comunità responsabile, in grado di ridimensionare comportamenti consumistici e mettere in pratica le strategie di smaltimento alternative, prima fra tutte, la raccolta differenziata Porta a Porta, considerata il trampolino di lancio della Zero Waste.

P.a.P. e’ visto come l’unico sistema in grado di massimizzare la percentuale di rifiuti destinati al riciclaggio, soprattutto quello che viene definito dei “magnifici 4″: quattro contenitori per altrettante tipologie di scarto (organico, carta, multimateriale e frazione non riciclabile). Segue la realizzazione, in prossimita’ di aree rurali, di stabilimenti per il compostaggio, di piattaforme per la valorizzazione di materiali cartacei, ferrosi e non ferrosi, vetro e plastiche, per l’estrazione di materia da utilizzare in altri cicli di produzione.

La creazione, inoltre, di centri per la decostruzione degli edifici, la riparazione ed il riutilizzo di beni durevoli come mobili, porte, infissi, legno, per poi inserirli nuovamente nel mercato, in appositi parchi dell’usato. Per incoraggiare i cittadini a seguire il meccanismo del P. a P., fondamentale l’introduzione di sgravi sulle bollette, che facciano pagare utenze in base al consumo effettivo dei rifiuti.

“Zero Waste” affida l’ulteriore recupero del materiale sfuggito alla raccolta differenziata al Trattamento Meccanico Biologico, sistema di selezione e recupero del residuo che, separando la frazione umida dal secco, impedisce l’invio in discarica di materiali inquinanti e tossici (vernici, pile) e che producendo biogas e’ in grado di mantenere l’impianto e produrre energia da vendere al gestore nazionale. Il residuo finale destinato alla discarica (biostabilizzato) è inerte, rispetto alle ceneri degli inceneritori, tossiche e contaminanti, non deve essere stoccato in discariche speciali, costituendo un ulteriore problema per la società. Essendo un trattamento a freddo, privo di combustione, non emette nell’aria e nelle falde acquifere sostanze dannose per l’organismo e per l’ambiente, come diossine, furani, mercurio, piombo, cadmio, nanoparticelle come Pm10 e PM2.5, responsabili di tumori, linfomi, leucemie, malformazioni fetale, che contaminano le coltivazioni entrando nella catena alimentare. Si tratta di impianti semplici, economici e rapidi da edificare: per costruire un piccolo stabilimento occorrono circa 6 mesi ad un costo di circa 10 mila euro, creando circa 60 posti di lavoro.

“L’inceneritore di Brescia, e’ costato 300 milioni di euro. Riceve 60 milioni di euro l’anno d’incentivi statali perchè considerato produttore di energia pulita, pagati dai consumatori attraverso il Cip6 delle bollette (Comitato Interministeriale dei prezzi con deliberan.6). Ha creato solo 80 posti di lavoro, produce emissioni tossiche per la salute e non fa decollare la raccolta differenziata in città, perchè ha bisogno di rifiuti da bruciare (810 mila tonnellate l’anno) per mantenere l’impianto, con un impatto ambientale 46 volte superiore ad un TMB”– ha dichiarato Paul Connet nel corso di un incontro con la rete nazionale “Rifiuti Zero” patrocinato fra gli altri dall’assessorato Ambiente, Mobilità e Traffico del Comune.

Il Comune di Capannori ha inaugurato il primo "Centro di Ricerca Rifiuti Zero"

“La buona notizia è che in Italia, il Porta a Porta sta raggiungendo, oltre il 50% del volume dei rifiuti prodotti. Alcune comunità nel Lazio hanno superato il 60% in un solo anno: a Novara si è arrivati al 70% in 18 mesi e persino nel Sud, nel 2009 il comune di Salerno ha raggiunto il 74,16%”. In Italia la rete Rifiuti Zero è nata ad Acerra nel 2004. Il primo comune ad aderire alla strategia entro il 2020, è stato tre anni fa quello di Capannori, in provincia di Lucca, che ha aperto la strada del Porta a Porta.

Il comune toscano, gennaio scorso, ha inaugurato il “Centro di Ricerca Rifiuti Zero”. Si tratta di un’ esperienza unica in Europa: il comitato scientifico è presieduto dallo stesso Paul Connet ed ha creato un precedente importante in un paese che considera i termovalorizzatori l’unica soluzione al problema dei rifiuti. Tante le amministrazioni, infatti, che hanno seguito o stanno per seguire le sue orme: Acerra, Carbonaia, Aviano, Calcinaia, 30 comuni circa aderenti all’associazione nazionale Comuni Virtuosi, che hanno fatto propria la filosofia “Zero Waste”, dimostrando che può essere una concreta ed efficace scelta amministrativa, attenta all’innovazione ed alla sostenibilità ambientale, per trasformare i rifiuti in risorse, senza mandare in fumo il futuro della comunità.

Fonte: Buone notizie

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